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DANTE ALIGHIERI

LA VITA NUOVA
INTRODUZIONE



La vita nuova

La Vita nuova è un libro strano, il resoconto di una serie di visioni, il diario di un’anima facile agli entusiasmi e alle depressioni, attratto violentemente dalla vita dei corpi e, insieme, ansioso di assoluto, sempre in cerca spasmodica di rivelazioni, di simboli. Abbiamo l’impressione, leggendola, che in Dante cominci a ribollire una miscela esplosiva. Perché è vero che si possono elencare esempi della letteratura medievale precedente, sacra e profana, ai quali Dante sembra rifarsi, ma è anche vero che qui tutto è diverso, più intenso, più personale, più concreto, più toccante. I fatti narrati si trasformano in emozione tremante, in delirio. Dante si rivela, qui, come un uomo dalla psicologia accesa, un visionario, pronto a vivere fino in fondo la propria vita e insieme dedito a continuamente interpretarla, per cercare disperatamente di capirne il significato. Un libro ombroso, adolescenziale, anche se altamente elaborato dal punto di vista dell’arte letteraria. Un libro squisitamente medievale, appunto, dove la verità esiste solo se è interpretata e trasformata in simbolo. Ciò che non diventa simbolo non è comprensibile, sfugge alla percezione, è irreale. Per comprendere la sua storia d’amore per Beatrice, Dante deve trasformarne gli atti in visioni simboliche. Questo era il suo modo di capire. Questo era il modo di capire della sua epoca. Però la potenza concreta delle immagini e delle emozioni trascendono il simbolismo medievale e sembrano come minarlo dall’interno, per eccesso. Un libro affascinante, anche se appare lontano dalla nostra sensibilità, frutto di un modo di accostare i frammenti della realtà, le percezioni di essa, particolarissimo: sangue e spirito, angeli e sesso, carne che muore e candidi veli. Gli estremi si toccano, si urtano, sembrano inconciliabili. Dante bruciava dal desiderio di trovare il nesso, l’ordine delle cose, il perché di tutto. Nel capitolo XVIII narra che, in seguito alle pene d’amore per Beatrice, dovute all’impossibilità di sostenere il suo sguardo, alcune donne gli avevano chiesto quale fosse il fine del suo amore, se neanche poteva sostenere la presenza dell’amata. Dante aveva risposto che fine del suo amore era ciò che non poteva venirgli mai meno e cioè la “lode di Beatrice”, per la quale avrebbe cercato un nuovo stile. Così aveva composto Donne ch’avete intelletto d’amore, completamente preso dall’ispirazione: “la mia lingua parlò come per sé stessa mossa”. In quella canzone l’amore per Beatrice era diventato gioia di cantare in versi la “bellezza universale”, contemplata nella bellezza della donna. Il corpo femminile come metafora della perfezione divina. L’attrazione dell’uomo per esso sublimato in desiderio metafisico di elevazione[1].

Quando Dante aveva scritto la Vita nuova non era più un ragazzo. La Vita nuova chiudeva un periodo della sua vita, era la valutazione dell’esperienza di anni trascorsi, formativi e agitati, anni in cui tutto era ricondotto all’inquietudine dell’io. Non un diario scritto giorno per giorno, ma il “libro della memoria”. Perché, con l’uscita dall’adolescenza, la vera grande passione di Dante era diventata la politica. L’inquietudine amorosa e la passione letteraria, così pervasive in quegli anni appena passati, avevano lasciato il campo alla filosofia prima, alla politica poi.

Opera giovanile quindi, non tanto perché scritta da un giovane, ma perché espressione di un’epoca della poesia dantesca destinata a confluire in una epoca di ben più vasti orizzonti. Però già opera di livello assoluto, sufficiente, da sola, a dare un posto importante all’Alighieri nella storia della nostra letteratura, opera il cui significato storico è quello di essere parte di un formidabile “dittico”.

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua deven tremando muta,

e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d’umiltà vestuta;

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che ‘ntender non la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova

uno spirito soave pien d’amore,

che va dicendo a l’anima: Sospira.

 

“La mia signora [‘donna’ da ‘domina’, ‘padrona’ del mio cuore] appare tanto nobile [‘gentile’] e tanto piena di dignità [‘onesta’ indica la dimensione esteriore della nobiltà interiore, quindi ‘che incute rispetto’] quando saluta qualcuno [‘altrui’] che ogni lingua trema e non riesce più a parlare, e gli occhi non hanno il coraggio di fissarla. Lei, pur sentendosi lodare da ognuno, cammina piena di umiltà e sembra una creatura [‘cosa’] venuta dal Cielo in terra a mostrare, come un miracolo, la bellezza divina. Appare così bella a chi la ammira che, attraverso gli occhi, dà una dolcezza al cuore tale che non si può capire se non la si prova; dal suo viso [‘labbia’] sembra emanare uno spirito soave d’amore che impone all’anima di sospirare”.

 

Dante introduce così questo sonetto perfetto, la cosa più bella che ha scritto prima della Commedia:

 

“Questa gentilissima donna, di cui ragionato è ne le precedenti parole, venne in tanta grazia de le genti, che quando passava per via, le persone correano per vedere lei; onde mirabile letizia me ne giungea. E quando ella fosse presso d’alcuno, tanta onestade giungea nel cuore di quello, che non ardia di levare li occhi, né di rispondere a lo suo saluto; e di questo molti, sì come esperti [che hanno avuto esperienza della sua vista], mi potrebbero testimoniare a chi non lo credesse. Ella coronata e vestita d’umilitade s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedea e udia [senza darsi arie per le espressioni piene di stupore che vedeva e i commenti ammirati che udiva]. Diceano molti, poi che passata era: «Questa non è femmina, anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo». E altri diceano: «Questa è una maraviglia; che benedetto sia lo Segnore, che sì mirabilemente sae adoperare [operare]!». Io dico ch’ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti li piaceri [bellezze], che quelli che la miravano comprendeano in loro [sentivano dentro di sé] una dolcezza onesta e soave, tanto che ridicere non lo sapeano [non riuscivano a esprimere]; né alcuno era lo quale potesse mirare lei, che nel principio [subito] nol convenisse [non dovesse necessariamente] sospirare.” (Vita nuova XXVI 1-6).

 

Beatrice è la donna “del saluto”, e anche la donna “della salute” nel senso di “salvezza”.

 

TRAMA DELLA VITA NUOVA



[1]

La poesia d’amore tra i secoli XI e XIV è quasi tutta una poesia del desiderio insoddisfatto. Modo inventato dai trovatori provenzali e poi teorizzato da Andrea Cappellano. Il desiderio amoroso nasce per la bellezza della donna, ma il poeta non raggiunge la soddisfazione del suo desiderio, perché la donna scelta è troppo in alto. Allora si instaura un rapporto di vassallaggio, che consiste nello struggimento e nella lode. Condizione che eleva spiritualmente il poeta, raffina la sua sensibilità, sublimando il desiderio sessuale in pura contemplazione. Questo sentimento era chiamato dai provenzali “fin amor”, diverso e superiore dall’amore sensuale, “fol amor”. Naturalmente non può riguardare l’amore per la propria moglie. La donna invano amata è sempre la moglie di un altro, perché deve essere irraggiungibile. Questa particolare e strana forma d’amore ebbe grandissima diffusione in tutta Europa, perché rispondeva alle esigenze del nuovo stile di vita delle corti (parola da cui derivano “cortesia” e “corteggiare”). In Italia il primo a scrivere versi simili è il bolognese Guido Guinizzelli, considerato un maestro da Dante. Poi Guido Cavalcanti dona agli stereotipati modelli un voce nuova, una nuova profondità dolorosa. Con Dante e con Petrarca si cambia pagina, nel senso che tutto quello che poteva essere immaginato sulla donna-angelo loro lo immaginano. Con loro la vena si esaurisce.

 

 


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