OPERAMONDO

Dans vos viviers, dans vos étangs,
Carpes,
que vous vivez longtemps!
Est-ce que la mort vous oublie,
Poissons de la mélancolie.

 

 

UN MONDO DI LIBRI

UN LIBRO DEL MONDO

 

VAGHE.STELLE





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1. El cominciò “Figliuol, segui i miei passi

 

2. E come a messagger che porta ulivo (Casella)

 

3. Là ci traemmo; e ivi eran persone

 

4. La concubina di Titone antico

 

5. Mentre che li occhi per la fronda verde

(Forese Donati)

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1. El cominciò “Figliuol, segui i miei passi

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El cominciò: "Figliuol, segui i miei passi:

volgianci in dietro, ché di qua dichina

questa pianura a' suoi termini bassi".

L'alba vinceva l'ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano

com'om che torna a la perduta strada,

che 'nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là 've la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l'erbetta sparte

soavemente 'l mio maestro pose:

ond'io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver' lui le guance lagrimose;

ivi mi fece tutto discoverto

quel color che l'inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,

che mai non vide navicar sue acque

omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com'altrui piacque:

oh maraviglia! ché qual elli scelse

l'umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l'avelse.

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PURGATORIO, I 111-136

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2. E come a messagger che porta ulivo

(Casella)

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E come a messagger che porta ulivo

tragge la gente per udir novelle,

e di calcar nessun si mostra schivo,

 

così al viso mio s'affisar quelle

anime fortunate tutte quante,

quasi obliando d'ire a farsi belle.

 

Io vidi una di lor trarresi avante

per abbracciarmi con sì grande affetto,

che mosse me a far lo somigliante.

 

Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!

tre volte dietro a lei le mani avvinsi,

e tante mi tornai con esse al petto.

 

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;

per che l'ombra sorrise e si ritrasse,

e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

 

Soavemente disse ch'io posasse;

allor conobbi chi era, e pregai

che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.

 

Rispuosemi: «Così com'io t'amai

nel mortal corpo, così t'amo sciolta:

però m'arresto; ma tu perché vai?».

 

«Casella mio, per tornar altra volta

là dov'io son, fo io questo viaggio»,

diss'io; «ma a te com'è tanta ora tolta?».

 

Ed elli a me: «Nessun m'è fatto oltraggio,

se quei che leva quando e cui li piace,

più volte m'ha negato esto passaggio;

 

ché di giusto voler lo suo si face:

veramente da tre mesi elli ha tolto

chi ha voluto intrar, con tutta pace.

 

Ond'io, ch'era ora a la marina vòlto

dove l'acqua di Tevero s'insala,

benignamente fu' da lui ricolto.

 

A quella foce ha elli or dritta l'ala,

però che sempre quivi si ricoglie

qual verso Acheronte non si cala».

 

E io: «Se nuova legge non ti toglie

memoria o uso a l'amoroso canto

che mi solea quetar tutte mie doglie,

 

di ciò ti piaccia consolare alquanto

l'anima mia, che, con la sua persona

venendo qui, è affannata tanto!».

 

Amor che ne la mente mi ragiona

cominciò elli allor sì dolcemente,

che la dolcezza ancor dentro mi suona.

 

Lo mio maestro e io e quella gente

ch'eran con lui parevan sì contenti,

come a nessun toccasse altro la mente.

 

Noi eravam tutti fissi e attenti

a le sue note; ed ecco il veglio onesto

gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?

 

qual negligenza, quale stare è questo?

Correte al monte a spogliarvi lo scoglio

ch'esser non lascia a voi Dio manifesto».

 

PURGATORIO, II 70-123

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3. Là ci traemmo; e ivi eran persone

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Là ci traemmo; e ivi eran persone

che si stavano a l'ombra dietro al sasso

come l'uom per negghienza a star si pone.

 

E un di lor, che mi sembiava lasso,

sedeva e abbracciava le ginocchia,

tenendo 'l viso giù tra esse basso.

 

«O dolce segnor mio», diss' io, «adocchia

colui che mostra sé più negligente

che se pigrizia fosse sua serocchia».

 

Allor si volse a noi e puose mente,

movendo 'l viso pur su per la coscia,

e disse: «Or va tu sù, che se' valente!».

 

Conobbi allor chi era, e quella angoscia

che m'avacciava un poco ancor la lena,

non m'impedì l'andare a lui; e poscia

 

ch'a lui fu' giunto, alzò la testa a pena,

dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole

da l'omero sinistro il carro mena?».

 

Li atti suoi pigri e le corte parole

mosser le labbra mie un poco a riso;

poi cominciai: «Belacqua, a me non dole

 

di te omai; ma dimmi: perché assiso

quiritto se'? attendi tu iscorta,

o pur lo modo usato t'ha' ripriso?».

 

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?

ché non mi lascerebbe ire a' martìri

l'angel di Dio che siede in su la porta.

 

Prima convien che tanto il ciel m'aggiri

di fuor da essa, quanto fece in vita,

per ch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,

 

se orazïone in prima non m'aita

che surga sù di cuor che in grazia viva;

l'altra che val, che 'n ciel non è udita?».

 

PURGATORIO, IV 103-135

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4. La concubina di Titone antico

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La concubina di Titone antico

già s'imbiancava al balco d'orïente,

fuor de le braccia del suo dolce amico;

 

di gemme la sua fronte era lucente,

poste in figura del freddo animale

che con la coda percuote la gente;

 

e la notte, de' passi con che sale,

fatti avea due nel loco ov'eravamo,

e 'l terzo già chinava in giuso l'ale;

 

quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,

vinto dal sonno, in su l'erba inchinai

là 've già tutti e cinque sedavamo.

 

PURGATORIO, IX 1-12

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5. Mentre che li occhi per la fronda verde

(Forese Donati)

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Mentre che li occhi per la fronda verde

ficcava ïo sì come far suole

chi dietro a li uccellin sua vita perde,

 

lo più che padre mi dicea: «Figliuole,

vienne oramai, ché 'l tempo che n'è imposto

più utilmente compartir si vuole».

 

Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,

appresso i savi, che parlavan sìe,

che l'andar mi facean di nullo costo.

 

Ed ecco piangere e cantar s'udìe

`Labïa mëa, Domine' per modo

tal, che diletto e doglia parturìe.

 

«O dolce padre, che è quel ch'i' odo?»,

comincia' io; ed elli: «Ombre che vanno

forse di lor dover solvendo il nodo».

 

Sì come i peregrin pensosi fanno,

giugnendo per cammin gente non nota,

che si volgono ad essa e non restanno,

 

così di retro a noi, più tosto mota,

venendo e trapassando ci ammirava

d'anime turba tacita e devota.

 

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,

palida ne la faccia, e tanto scema

che da l'ossa la pelle s'informava.

 

Non credo che così a buccia strema

Erisittone fosse fatto secco,

per digiunar, quando più n'ebbe tema.

 

Io dicea fra me stesso pensando: `Ecco

la gente che perdé Ierusalemme,

quando Maria nel figlio diè di becco!'

 

Parean l'occhiaie anella sanza gemme:

chi nel viso de li uomini legge `omo'

ben avria quivi conosciuta l'emme.

 

Chi crederebbe che l'odor d'un pomo

sì governasse, generando brama,

e quel d'un'acqua, non sappiendo como?

 

Già era in ammirar che sì li affama,

per la cagione ancor non manifesta

di lor magrezza e di lor trista squama,

 

ed ecco del profondo de la testa

volse a me li occhi un'ombra e guardò fiso;

poi gridò forte: «Qual grazia m'è questa?».

 

Mai non l'avrei riconosciuto al viso;

ma ne la voce sua mi fu palese

ciò che l'aspetto in sé avea conquiso.

 

Questa favilla tutta mi raccese

mia conoscenza a la cangiata labbia,

e ravvisai la faccia di Forese.

 

«Deh, non contendere a l'asciutta scabbia

che mi scolora», pregava, «la pelle,

né a difetto di carne ch'io abbia;

 

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle

due anime che là ti fanno scorta;

non rimaner che tu non mi favelle!».

 

«La faccia tua, ch'io lagrimai già morta,

mi dà di pianger mo non minor doglia»,

rispuos' io lui, «veggendola sì torta.

 

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;

non mi far dir mentr' io mi maraviglio,

ché mal può dir chi è pien d'altra voglia».

 

Ed elli a me: «De l'etterno consiglio

cade vertù ne l'acqua e ne la pianta

rimasa dietro ond' io sì m'assottiglio.

 

Tutta esta gente che piangendo canta

per seguitar la gola oltra misura,

in fame e 'n sete qui si rifà santa.

 

Di bere e di mangiar n'accende cura

l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo

che si distende su per sua verdura.

 

E non pur una volta, questo spazzo

girando, si rinfresca nostra pena:

io dico pena, e dovria dir sollazzo,

 

ché quella voglia a li alberi ci mena

che menò Cristo lieto a dire `Elì',

quando ne liberò con la sua vena».

 

E io a lui: «Forese, da quel dì

nel qual mutasti mondo a miglior vita,

cinqu' anni non son vòlti infino a qui.

 

Se prima fu la possa in te finita

di peccar più, che sovvenisse l'ora

del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,

 

come se' tu qua sù venuto ancora?

Io ti credea trovar là giù di sotto,

dove tempo per tempo si ristora».

 

Ond' elli a me: «Sì tosto m'ha condotto

a ber lo dolce assenzo d'i martìri

la Nella mia con suo pianger dirotto.

 

Con suoi prieghi devoti e con sospiri

tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,

e liberato m'ha de li altri giri.

 

Tanto è a Dio più cara e più diletta

la vedovella mia, che molto amai,

quanto in bene operare è più soletta;

 

ché la Barbagia di Sardigna assai

ne le femmine sue più è pudica

che la Barbagia dov' io la lasciai.

 

O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?

Tempo futuro m'è già nel cospetto,

cui non sarà quest' ora molto antica,

 

nel qual sarà in pergamo interdetto

a le sfacciate donne fiorentine

l'andar mostrando con le poppe il petto.

 

Quai barbare fuor mai, quai saracine,

cui bisognasse, per farle ir coperte,

o spiritali o altre discipline?

 

Ma se le svergognate fosser certe

di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,

già per urlare avrian le bocche aperte;

 

ché, se l'antiveder qui non m'inganna,

prima fien triste che le guance impeli

colui che mo si consola con nanna.

 

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!

vedi che non pur io, ma questa gente

tutta rimira là dove 'l sol veli».

 

PURGATORIO, XXIII 1-114

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