OPERAMONDO

Dans vos viviers, dans vos étangs,
Carpes,
que vous vivez longtemps!
Est-ce que la mort vous oublie,
Poissons de la mélancolie.

 

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UN LIBRO DEL MONDO

 

VAGHE.STELLE





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DANTE

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Paolo e Francesca

Filippo Argenti

Lano e Iacopo

Taide la puttana

Vanni Fucci

Ulisse

Mosca dei Lamberti

Ugolino

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Paolo e Francesca

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Quali colombe dal disio chiamate

con l'ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l'aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov'è Dido,

a noi venendo per l'aere maligno,

sì forte fu l'affettüoso grido.

"O animal grazïoso e benigno

che visitando vai per l'aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l'universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c' hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che 'l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui

su la marina dove 'l Po discende

per aver pace co' seguaci sui.

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m'abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense".

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INFERNO V 82-107

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Filippo Argenti

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Mentre noi corravam la morta gora,

dinanzi mi si fece un pien di fango,

e disse: "Chi se' tu che vieni anzi ora?".

E io a lui: "S'i' vegno, non rimango;

ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?".

Rispuose: "Vedi che son un che piango".

E io a lui: "Con piangere e con lutto,

spirito maladetto, ti rimani;

ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto".

Allor distese al legno ambo le mani;

per che 'l maestro accorto lo sospinse,

dicendo: "Via costà con li altri cani!".

Lo collo poi con le braccia mi cinse;

baciommi 'l volto e disse: "Alma sdegnosa,

benedetta colei che 'n te s'incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;

bontà non è che sua memoria fregi:

così s'è l'ombra sua qui furïosa.

Quanti si tegnon or là sù gran regi

che qui staranno come porci in brago,

di sé lasciando orribili dispregi!".

E io: "Maestro, molto sarei vago

di vederlo attuffare in questa broda

prima che noi uscissimo del lago".

Ed elli a me: "Avante che la proda

ti si lasci veder, tu sarai sazio:

di tal disïo convien che tu goda".

Dopo ciò poco vid'io quello strazio

far di costui a le fangose genti,

che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: "A Filippo Argenti!";

e 'l fiorentino spirito bizzarro

in sé medesmo si volvea co' denti.

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INFERNO, VIII 31-63

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Lano e Iacopo

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Ed ecco due da la sinistra costa,

nudi e graffiati, fuggendo sì forte,

che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: "Or accorri, accorri, morte!".

E l'altro, cui pareva tardar troppo,

gridava: "Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!".

E poi che forse li fallia la lena,

di sé e d'un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena

di nere cagne, bramose e correnti

come veltri ch'uscisser di catena.

In quel che s'appiattò miser li denti,

e quel dilaceraro a brano a brano;

poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,

e menommi al cespuglio che piangea

per le rotture sanguinenti in vano.

"O Iacopo", dicea, "da Santo Andrea,

che t'è giovato di me fare schermo?

che colpa ho io de la tua vita rea?".

Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,

disse: "Chi fosti, che per tante punte

soffi con sangue doloroso sermo?".

Ed elli a noi: "O anime che giunte

siete a veder lo strazio disonesto

c' ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.

I' fui de la città che nel Batista

mutò 'l primo padrone; ond'ei per questo

sempre con l'arte sua la farà trista;

e se non fosse che 'n sul passo d'Arno

rimane ancor di lui alcuna vista,

que' cittadin che poi la rifondarno

sovra 'l cener che d'Attila rimase,

avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case".

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INFERNO, XIII 115-151

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Taide la puttana

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E mentre ch'io là giù con l'occhio cerco,

vidi un col capo sì di merda lordo,

che non parëa s'era laico o cherco.

Quei mi sgridò: "Perché se' tu sì gordo

di riguardar più me che li altri brutti?".

E io a lui: "Perché, se ben ricordo,

già t' ho veduto coi capelli asciutti,

e se' Alessio Interminei da Lucca:

però t'adocchio più che li altri tutti".

Ed elli allor, battendosi la zucca:

"Qua giù m' hanno sommerso le lusinghe

ond'io non ebbi mai la lingua stucca".

Appresso ciò lo duca "Fa che pinghe",

mi disse, "il viso un poco più avante,

sì che la faccia ben con l'occhio attinghe

di quella sozza e scapigliata fante

che là si graffia con l'unghie merdose,

e or s'accoscia e ora è in piedi stante.

Taïde è, la puttana che rispuose

al drudo suo quando disse "Ho io grazie

grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".

E quinci sian le nostre viste sazie".

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INFERNO, XVIII 115-136

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Vanni Fucci

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E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,

ma drizzò verso me l'animo e 'l volto,

e di trista vergogna si dipinse;

poi disse: «Più mi duol che tu m'hai colto

ne la miseria dove tu mi vedi,

che quando fui de l'altra vita tolto.

Io non posso negar quel che tu chiedi:

in giù son messo tanto perch' io fui

ladro a la sagrestia d'i belli arredi,

e falsamente già fu apposto altrui.

Ma perché di tal vista tu non godi,

se mai sarai di fuor da' luoghi bui,

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.

Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;

poi Fiorenza rinova gente e modi.

Tragge Marte vapor di Val di Magra

ch'è di torbidi nuvoli involuto;

e con tempesta impetüosa e agra

sovra Campo Picen fia combattuto;

ond' ei repente spezzerà la nebbia,

sì ch'ogne Bianco ne sarà feruto.

E detto l'ho perché doler ti debbia!».

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INFERNO, XXIV 130-151

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Ulisse

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né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né 'l debito amore

lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l'ardore

ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto

e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l'alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto.

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,

e l'altre che quel mare intorno bagna.

Io e' compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov'Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l'uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l'altra già m'avea lasciata Setta.

"O frati," dissi, "che per cento milia

perigli siete giunti a l'occidente,

a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente

non vogliate negar l'esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec'io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,

de' remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l'altro polo

vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,

che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

quando n'apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

ché de la nova terra un turbo nacque

e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l'acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com'altrui piacque,

infin che 'l mar fu sovra noi richiuso".

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INFERNO, XXVI 94-142

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Mosca dei Lamberti

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E io a lui: "Dimostrami e dichiara,

se vuo' ch'i' porti sù di te novella,

chi è colui da la veduta amara".

Allor puose la mano a la mascella

d'un suo compagno e la bocca li aperse,

gridando: "Questi è desso, e non favella.

Questi, scacciato, il dubitar sommerse

in Cesare, affermando che 'l fornito

sempre con danno l'attender sofferse".

Oh quanto mi pareva sbigottito

con la lingua tagliata ne la strozza

Curïo, ch'a dir fu così ardito!

E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,

levando i moncherin per l'aura fosca,

sì che 'l sangue facea la faccia sozza,

gridò: "Ricordera' ti anche del Mosca,

che disse, lasso!, 'Capo ha cosa fatta',

che fu mal seme per la gente tosca".

E io li aggiunsi: "E morte di tua schiatta";

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INFERNO, XXVIII 91-108

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Ugolino

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Già eran desti, e l'ora s'appressava

che 'l cibo ne solëa essere addotto,

e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti' chiavar l'uscio di sotto

a l'orribile torre; ond'io guardai

nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:

piangevan elli; e Anselmuccio mio

disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".

Perciò non lagrimai né rispuos'io

tutto quel giorno né la notte appresso,

infin che l'altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia

di manicar, di sùbito levorsi

e disser: "Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia".

Queta' mi allor per non farli più tristi;

lo dì e l'altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perché non t'apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,

dicendo: "Padre mio, ché non m'aiuti?".

Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid'io cascar li tre ad uno ad uno

tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.

Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno".

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INFERNO, XXXIII 43-75

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