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Nel_mezzo_del_cammino

Catullo 55 poesie

Borges Antologia lirica

Leopardi Antologia lirica

 

FRANCESCO PETRARCA

(Arezzo 1304 - Arqu, Padova 1374)

 

 

Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono

Solo et pensoso i pi deserti campi 

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi

Quel vago impallidir che 'l dolce riso 

Levommi il mio penser in parte ov'era  

Quel rosignol, che sí soave piagne,  

Chiare, fresche et dolci acque, 

Voce Nazzareno Luigi Todarello

 

 

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Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono             
di quei sospiri ond'io nudriva 'l core
in sul mio primo giovenile errore
quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,

del vario stile in ch'io piango et ragiono       
fra le vane speranze e 'l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente       
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto,
e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.
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CANZONIERE, I

 

 

 

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Solo et pensoso i pi deserti campi             
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human larena stampi.

 

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger delle genti,
perch negli atti dalegrezza spenti
di fuor si legge comio dentro avampi:

 

s chio mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch celata altrui.

 

Ma pur s aspre vie n s selvagge
cercar non so chAmor non venga sempre
ragionando con meco, et io co llui.
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CANZONIERE, XXXV

 

 

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Erano i capei d'oro a l'aura sparsi           
che 'n mille dolci nodi gli avolgea,
e l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch'or ne son s scarsi;
 
e 'l viso di pietosi color' farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i' che l'sca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sbito arsi?
 
Non era l'andar suo cosa mortale,
ma d'angelica forma; et le parole
sonavan altro, che pur voce humana.
 
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch'i' vidi: et se non fosse or tale,
piagha per allentar d'arco non sana.   
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CANZONIERE, XC

 

 

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Quel vago impallidir che 'l dolce riso            
d'un'amorosa nebbia ricoperse,
con tanta maiestade al cor s'offerse
che li si fece incontr'a mezzo 'l viso.

 

Conobbi allor s come in paradiso
vede l'un l'altro, in tal guisa s'aperse
quel pietoso penser ch'altri non scerse:
ma vidil' io, ch'altrove non m'affiso.

 

Ogni angelica vista, ogni atto humile
che gi mai in donna ov'amor fosse apparve,
fra uno sdegno a lato a quel ch'i' dico.

 

Chinava a terra il bel guardo gentile,
et tacendo dicea, come a me parve:
Chi m'allontana il mio fedele amico?  
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CANZONIERE, CXXIII

 

 

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Levommi il mio penser in parte ov'era        
quella ch'io cerco, et non ritrovo in terra:
ivi, fra lor che 'l terzo cerchio serra,
la rividi piú bella et meno altera.

Per man mi prese, et disse: - In questa spera
sarai anchor meco, se 'l desir non erra:
i' so' colei che ti die' tanta guerra,
et compie' mia giornata inanzi sera.

Mio ben non cape in intelletto humano:
te solo aspetto, et quel che tanto amasti
e là giuso è rimaso, il mio bel velo. -

Deh perché tacque, et allargò la mano?
Ch'al suon de' detti sí pietosi et casti
poco mancò ch'io non rimasi in cielo.   
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CANZONIERE, CCCII

 

 

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Quel rosignol, che sí soave piagne,            
forse suoi figli, o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo et le campagne
con tante note sí pietose et scorte,

et tutta notte par che m'accompagne,
et mi rammente la mia dura sorte:
ch'altri che me non ò di ch'i' mi lagne,
ché 'n dee non credev'io regnasse Morte.

O che lieve è inganar chi s'assecura!
Que' duo bei lumi assai piú che 'l sol chiari
chi pensò mai veder far terra oscura?

Or cognosco io che mia fera ventura
vuol che vivendo et lagrimando impari
come nulla qua giú diletta, et dura.   
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CANZONIERE, CCCXI

 

 

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Chiare, fresche et dolci acque,           
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
       (con sospir' mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior' che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
       aere sacro, sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udenza insieme
a le dolenti mie parole extreme.

S'egli pur mio destino
       e 'l cielo in ci s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l'alma al proprio albergo ignuda.
       La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ch lo spirito lasso
non poria mai in pi riposato porto
       n in pi tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l'ossa.

Tempo verr anchor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella et manseta,
       et l 'v'ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disosa et lieta,
cercandomi; et, o piet!,
gi terra in fra le pietre
       vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
s dolcemente che merc m'impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.

       Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
       coverta gi de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito et perle
eran quel d a vederle;
       qual si posava in terra, et qual su l'onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.

Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
       Costei per fermo nacque in paradiso.
Cos carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, et s diviso
       da l'imagine vera,
ch'i' dicea sospirando:
Qui come venn'io, o quando?;
credendo d'esser in ciel, non l dov'era.
Da indi in qua mi piace
       questa herba s, ch'altrove non pace.
Se tu avessi ornamenti quant'i voglia,
poresti arditamente

uscir del boscho, et gir in fra la gente.   
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CANZONIERE, CXXVI


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