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I cinque capolavori assoluti del maggiore autore comico italiano. Tutto un mondo di personaggi, di vicende, di ambienti. Una Venezia mai più descritta con tanta semplice verità. Il mondo dei semplici, dei "campi" e dei "campielli". I tipi: vanagloriosi, bugiardi, seduttori e seduttrici, orgogliosi, sinceri, bonari e severi, ecc. ecc. I desideri e le convenzioni sociali. I ricchi e i servi. Le astuzie dei giovani innamorati, ecc. ecc. Il tutto guardato con gli occhi acuti e innamorati di uno dei più autentici figli di Venezia.

 

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"L'AUTORE A CHI LEGGE

L'innocente divertimento della campagna è divenuto a' dì nostri una passione, una manìa, un disordine. Virgilio, il Sannazzaro, e tanti altri panegiristi della vita campestre, hanno innamorato gli uomini dell'amena tranquillità del ritiro; ma l'ambizione ha penetrato nelle foreste: i villeggianti portano seco loro in campagna la pompa ed il tumulto delle Città, ed hanno avvelenato il piacere dei villici e dei pastori, i quali dalla superbia de' loro padroni apprendono la loro miseria. Quest'argomento è sì fecondo di ridicolo e di stravaganze, che mi hanno fornito materia per comporre cinque Commedie, le quali sono tutte fondate sulla verità: eppure non si somigliano.
Dopo aver dato al pubblico i Malcontenti e la Villeggiatura, la prima nel Tomo terzo, la seconda nel Tomo quarto del mio Teatro Comico dell'edizion del Pitteri; ho trovato ancora di che soddisfarmi e di che fornire, non so s'io dica il mio capriccio o il mio zelo, contro un simile fanatismo. Ho concepita nel medesimo tempo l'idea di tre commedie consecutive. La prima intitolata: Le Smanie per la Villeggiatura; la seconda: Le Avventure della Villeggiatura; la terza; Il Ritorno dalla Villeggiatura. Nella prima si vedono i pazzi preparativi; nella seconda la folle condotta; nella terza le conseguenze dolorose che ne provengono. I personaggi principali di queste tre rappresentazioni, che sono sempre gli stessi, sono di quell'ordine di persone che ho voluto prendere precisamente di mira; cioè di un rango civile, non nobile e non ricco; poiché i nobili e ricchi sono autorizzati dal grado e dalla fortuna a fare qualche cosa di più degli altri. L'ambizione de' piccioli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch'io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile.
Queste tre Commedie, fortunate egualmente pel loro incontro, e per l'universale aggradimento del pubblico, sono state separatamente rappresentate con una distanza di qualche tempo dall'una all'altra, essendo con tal arte composte, che ciascheduna può figurare da sé, e tutte e tre insieme si uniscono perfettamente. Poteva io dunque per la stessa ragione separarle ne' Tomi della mia novella edizione, contentandomi di dare una Commedia inedita per ciascheduno, a tenore della promessa. Ma ho esaminato il fondo che ho ancora delle cose inedite: veggo che posso abbondare senza timor che mi manchino, ed ho piacere di dar unito un quadro, che piacerà davantaggio.
Osserverà meglio così il Leggitore la continuazion de' caratteri sostenuti in tre differenti azioni; e se una delle difficoltà del Dramma consiste nel sostenere i caratteri in un'opera sola, piacerà ancor più vederli in tre sostenuti."

 

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"RIDOLFO Animo, figliuoli, portatevi bene; siate lesti e pronti a servire gli avventori, con civiltà, con proprietà: perché tante volte dipende il credito di una bottega dalla buona maniera di quei che servono.
TRAPPOLA Caro signor padrone, per dirvi la verità, questo levarsi di buon ora, non è niente fatto per la mia complessione.
RIDOLFO Eppure bisogna levarsi presto. Bisogna servir tutti. A buon'ora vengono quelli che hanno da far viaggio, i lavoranti, i barcaruoli, i marinai, tutta gente che si alza di buon mattino.
TRAPPOLA E' veramente una cosa che fa crepar di ridere vedere anche i facchini venire a bevere il loro caffè.
RIDOLFO Tutti cercan di fare quello che fanno gli altri. Una volta correva l'acquavite, adesso è in voga il caffè."

 

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Intermezzo di tre parti per musica rappresentato per la prima volta in Venezia l’anno 1736.

 

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"L’AUTORE A CHI LEGGE
Non vi è fra gli uomini il più pernicioso alla società oltre il perfido adulatore; poiché distrugge negli animi quel rossore, ch’è talvolta freno alle colpe, e colorisce i vizi talmente, che più non si ravvisano da chi li coltiva, ed è disperata l’emenda.
Io abborrisco in sì fatto modo gli adulatori, che non mi sazierei d’ingiuriarli, per quanto scrivessi in discredito della loro arte maligna, scandalosa, inumana. Mi sono contro di essi sfogato un poco nella presente Commedia, e non l’avrei finita sì presto, se dalle leggi del tempo non fossi stato costretto a non oltrepassar le misure. Avevami trasportato il mio irritamento contro costoro a far avvelenare l’Adulatore, e a presentarlo al Popolo moribondo a confessar le sue trame, mandandolo a finir di vivere tra le scene, accompagnato dalle ingiurie e dalle maladizioni de’ spettatori. Ho conosciuto col tempo, che il tragico fine dell’uomo indegno non lasciava di rattristare i più sensitivi all’umanità, e che l’orror della morte, benché dovuta ad un empio, facea partir melanconici gli uditori, onde ho cambiato il di lui destino, mandandolo in ferri in potere della Giustizia, da che si prevede, se non si vede, il di lui castigo, con meno orrore del Popolo, e con più lieto fine della Commedia."

 

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"I Rusteghi in lingua Veneziana non è lo stesso che i Rustici in lingua Toscana. Noi intendiamo in Venezia per uomo Rustego un uomo aspro, zottico, nemico della civiltà, della cultura, del conversare. Si scorge dal titolo della Commedia non essere un solo il Protagonista, ma varii insieme, e in fatti sono eglino quattro, tutti dello stesso carattere, ma con varie tinte delineati, cosa per dire il vero dificilissima, sembrando che più caratteri eguali in una stessa Commedia possano più annoiare che dilettare.
Questa volta mi è riuscito tutto al contrario: il Pubblico si è moltissimo divertito, e posso dire quest'opera una delle mie più fortunate; perché non solo in Venezia riuscì gradita, ma da per tutto, dove finora fu dai comici rappresentata. Ciò vuol dire, che il costume ridicolo delle Persone è conosciuto da tutti, e poco scapita la Commedia per il linguaggio particolare. Quantunque per altro sia stata fuor di qui recitata con buona sorte, son sicurissimo che tutti i termini, e tutte le frasi nostre non possono esser capite, però con quanto studio ho potuto, ne ho posta in piè di pagina la spiegazione.
Molti bramerebbero un Dizionario Veneziano per intendere questa lingua, ed io stesso ho pensato di farlo; ma credo sieno meglio i Leggitori serviti dando loro la spiegazione sul fatto, anzicché distrarli dalla lettura, per ricorrere al Dizionario, il quale non si può aver sempre vicino quando bisogna.
Io non credea veramente dover sì presto annicchiare ne' primi Tomi di quest'edizione Commedie in Veneziana favella. L'ho fatto per la ragione accennata nella precedente epistola dedicatoria, e non mi pento d'averlo fatto, dacché parmi colle annotazioni più necessarie aver chiarito il più difficile da capirsi. Ho data la spiegazione a tutti quei termini, e a quelle frasi, che non possono dagli stranieri rinvenirsi nei Vocabolari Italiani; ma quelle voci, che hanno in qualche modo dell'analogia colle dizioni Toscane, le ho lasciate com'erano, potendo chi ha un po' di talento conoscerne la derivazione, e superare la picciola diferenza. Per esempio, le coniugazioni de' verbi sono alquanto diverse, ma si capiscono facilmente: "farave" per "farei"; "son andà" per "sono andato"; "se savessi" in luogo di "se sapeste", non sono modi sì strani, che abbino bisogno di spiegazione, né basterebbe il Dizionario a spiegarli, ma vi vorrebbe ancor la Grammatica.
Anche l'ortografia Veneziana altera talvolta il significato, ma chi vi abbada l'intende, ed è l'ortografia regolata secondo il suono della pronuncia. Noi, per esempio, non diciamo "bello", ma "belo", non "perfetto", ma "perfeto"; e per regola generale quasi tutte le consonanti doppie da noi si pronunciano semplici. Però in alcune voci le lettere semplici da noi si raddoppiano, come in luogo di "cosa" noi diciamo "cossa", ma queste sono pochissime.
I pronomi hanno qualche diversità dai Toscani: i più osservabili sono "io", che si dice "mi", "tu", che si dice "ti", "egli", che dicesi "elo". Così è osservabile nella espressione dei verbi, che tanto nel singolare, che nel plurale, si dice nella stessa maniera. Per esempio: "io andava: mi andava"; "quelli andavano: queli andava". Molto vi vorrebbe per dir tutto su tal proposito. Per ora basti così. Può essere che in altra occasione dirò qualche cosa di più."

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"L'AUTORE A CHI LEGGE
Questa è una di quelle Commedia che soglio preparare per gli ultimi giorni di Carnovale, sendo più atte in quel tempo a divertire il popolo che corre affollatamente al Teatro. L'azione di questa Commedia è semplicissima, l'intreccio è di poco impegno, e la peripezia non è interessante; ma ad onta di tutto ciò, ella è stata fortunatissima sulle scene in Venezia non solo, ma con mia sorpresa in Milano fu così bene accolta, che si è replicata tre volte a richiesta quasi comune. La mia maraviglia fu grande, perché ella è scritta coi termini più ricercati del basso rango e colle frasi ordinarissime della plebe, e verte sopra i costumi di cotal gente, onde non mi credeva che fuori delle nostre lagune potesse essere intesa, e così bene goduta. Ma vi è una tal verità di costume, che quantunque travestito con termini particolari di questa Nazione, si conosce comunemente da tutti.
I versi di questa Commedia sono dissimili da tutti gli altri che si leggono ne' miei Tomi e che corrono alla giornata. Questi non sono i soliti Martelliani, ma versi liberi di sette e di undici piedi, rimati e non rimati a piacere, secondo l'uso dei drammi che si chiamano musicali. Una tal maniera di scrivere pare che non convenga all'uso delle Commedie, ma il linguaggio Veneziano ha tali grazie in se stesso, che comparisce in qualunque metro, ed in questo precisamente mi riuscì assai bene.
Il titolo del Campiello riuscirà nuovo a qualche forastiere non pratico della nostra città. Campo da noi si dice ad ogni piazza, fuori della maggiore che chiamasi di San Marco. Campiello dunque è il diminutivo di Campo, che vale a dire è una Piazzetta, di quelle che per lo più sono attorniate da case povere e piene di gente bassa. Usasi nell'estate in queste piazzette un certo gioco che chiamasi il “Lotto della Venturina”, con cui si cava la grazia a similitudine del “Birbis”, con alcune pallottole, e il più o il meno guadagna, secondo è stato prima deciso, se il più od il meno dee guadagnare. Il premio di questo lotto suol consistere per lo più in pezzi di maiolica di poco prezzo, ed è un divertimento che chiama alle finestre o alla strada la maggior parte del vicinato. Con questo gioco principia la Commedia, la quale poi prosseguisce con quegli strepiti che sono soliti di cotal gente e di tali siti, e termina con quell'allegria che pure è frequente nelle medesime circostanze, e che va bene adattata alla stagione per cui fu la Commedia presente ordinata."

 

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"L'AUTORE A CHI LEGGE
Il valoroso Pietro Cornelio, colla più bella ingenuità del mondo, ha confessato al Pubblico aver lavorato il suo Bugiardo sul modello di quello che fu attribuito in Ispagna a Lopez de Vega, quantunque un altro Autore Spagnuolo lo pretendesse per suo.
Io con altrettanta sincerità svelerò a' miei Leggitori aver il soggetto della presente Commedia tratto in parte da quella del sopraddetto Cornelio. Vanta l'Autor Francese aver condotto l'opera sua con quella varietà nell'intreccio, che più gli parve adattata al gusto della nazione, a cui doveva rappresentarsi. Tanto ho fatto io nel valermi di un tal soggetto: servito appena mi sono dell'argomento; seguito ho in qualche parte l'intreccio; ma chi vorrà riscontrarlo, dopo alcune scene che si somigliano, troverà il mio Bugiardo assai diverso dagli altri due; talmentechè avrei potuto darmi merito dell'invenzione ancora, se sopra un tal punto non fossi io assai scrupoloso, e nemicissimo di qualunque impostura.
Pur troppo nella edizione di Venezia, stampandosi dal Bettinelli le mie Commedie, senza le piccole mie Prefazioni, e non leggendosi questa tale premessa al mio Bugiardo, non mancherà chi dirà il bugiardo esser io medesimo, arrogandomi l'altrui merito e l'altrui fatica; ed ecco la necessità de' miei ragionamenti al Lettore, la mancanza de' quali fa difetto notabilissimo nella prenarrata Edizione.
Io per altro, come diceva, ho dato un giro assai più brillante ad una tale Commedia. Ho posto al confronto dell'uomo franco un timido, che lo fa risaltare. Ho posto il mentitore in impegni molto ardui e difficili da superare, per maggiormente intralciarlo nelle bugie medesime, le quali sono per natura così feconde, che una ne suol produr più di cento, e l'une han bisogno dell'altre per sostenersi.
Il sonetto è forse la parte più ridicola della Commedia.
Le lettere a Pantalone e a Lelio dirette accrescono l'imbarazzo e la sospensione. Tutte cose da me inventate, le quali potevano darmi sufficiente materia per una Commedia, che si potesse dir tutta mia, ciò non ostante, sapendo io d'aver fatto uso del soggetto dell'Autore Francese, non ho voluto abusarmene, e Dio volesse che così da tutti si praticasse, che non si vederebbono tante maschere, tanti rappezzamenti, tante manifeste imposture."

 

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La più famosa commedia del più grande autore italiano di commedie. La storia di una donna libera, autrice del proprio destino, tra mille trabocchetti e mille insidie. Ingenua e volitiva. In una parola: Mirandolina.

 

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