EuridiceIl nuovo stile monodico e la
nascita dell'opera
Jacopo
da Empoli Le nozze di Maria de Medici e Enrico IV di Francia. Galleria
degli Uffizi, Firenze.
Firenze,
ottobre 1600 In occasione
delle feste per le nozze tra Maria de’ Medici e Enrico IV di Francia, gli
invitati ascoltano un nuovo tipo di musica e assistono, per la prima volta,
a spettacoli interamente cantati. Il 5 ottobre, durante un
banchetto a Palazzo
Vecchio, si canta la Contesa tra Giunone e Minerva, musica di Emilio del Cavaliere e versi di Giovan
Battista Guarini. Il giorno dopo a Palazzo
Pitti si rappresenta l’Euridice,
musica di
Jacopo Peri (alcuni brani sono di Giulio Caccini) su versi di
Ottavio Rinuccini. Il 9
dello stesso mese nel Teatro Mediceo degli
Uffizi va in scena
Il rapimento di Cefalo
di
Giulio Caccini e collaboratori su testo di
Chiabrera. Due sono le grandi novità: il
nuovo stile musicale e il fatto che per la
prima volta un dramma sia interamente
cantato. Per quanto riguarda lo stile
musicale, chiamato stile monodico
fiorentino, siamo in presenza
di una reazione umanistica
alla polifonia di impronta fiamminga. Un gruppo di musicisti della cerchia del
conte Bardi (la ‘camerata de’ Bardi’) decide di riportare a vita lo stile
musicale antico che, secondo i loro studi, era improntato alla più grande
semplicità e permetteva la perfetta udibilità delle parole. In questo modo gli ‘affetti’,
cioè i sentimenti, sono meglio espressi, come scrive
Caccini stesso nella
prefazione alle Nuove musiche: “quei canti per una voce sola parendo a me che
avessero più forza per dilettare e muovere che le più voci insieme". Lo studio
degli scritti antichi sulla musica aveva portato ad una conclusione: il segreto
della musica greca consisteva tutto nella perfetta unione tra parole e melodia.
In questa unione la parte predominante, la funzione generativa era svolta dalla
parola, come afferma ancora
Giulio Caccini nella
prefazione a
Le nuove
musiche: “Platone e altri filosofi affermarono la musica altro non essere che la
favella e il ritmo et il suono per ultimo, e non lo contrario”. Questo principio
generale genera alcune regole alle quali il musicista deve attenersi: il testo
deve essere perfettamente comprensibile, quindi il canto deve essere a una sola
voce, con un semplice accompagnamento strumentale, di un liuto per esempio. La
polifonia contrappuntistica viene quindi esclusa perché non permette la chiara
comprensione delle parole, cantate simultaneamente e con diverso ritmo per
ciascuna parte. Alla stessa volontà di restaurare il teatro antico risponde la
scelta di far cantare il dramma dall’inizio alla fine, come risulta da quanto
scrive
Jacopo Peri
nella introduzione a Euridice: “Stimai che gli antichi Greci
e Romani (i quali, secondo l’opinione di molti, cantavano sulla scena la
tragedia intera) usassero un’armonia, che avanzando quella del parlare
ordinario, scendesse tanto dalla melodia del cantare che pigliasse forma di cosa
mezzana”. Il musicista quindi compone la melodia e l’accompagnamento soprattutto
tenendo presente il significato delle parole e imitando il fraseggio di una voce
umana emozionata.